Il linguaggio inclusivo

Venerdì 15 Gennaio 2021

Noto che negli ultimi tempi è spuntata una strana moda spacciata per “linguaggio inclusivo”. Si tratta fondamentalmente della convinzione che l’ultima lettera di una parola indichi il sesso di chi da quella parola viene rappresentato. Il caso più classico è il voler omettere l’ultima lettera della parola “tutti” per evitare di toccare la sensibilità chi non si riconosce nel genere maschile che secondo loro il “tutti” sottende.

In realtà il linguaggio inclusivo è una cosa diversa come è ben spiegato in questo documento dell’università di Padova: https://www.unipd.it/inclusione/lingu...

Secondo la concezione corretta di linguaggio inclusiva è sbagliato dire “malato” perché si va ad identificare interamente una persona solo con una delle sue caratteristiche. Sarebbe più corretto dire “persona con malattia”, allo stesso modo “tossicodipendente” diventa “persona soggetta alla tossicodipendenza”.

Questo modo di definire e usare il linguaggio inclusivo ha sicuramente un senso.

Citando l’enciclopedia Treccani “l’italiano distingue due generi grammaticali: il maschile e il femminile”. https://www.treccani.it/enciclopedia/...

Negli oggetti inanimati “il genere è una pura convenzione linguistica”: la carota non è un vegetale di sesso femminile. Sempre la Treccani dichiara che “negli esseri animati il genere spesso corrisponde al sesso”.

Alla luce di questo, l’uso del linguaggio inclusivo per non attribuire un genere sessuale alla persona che si ha di fronte potrebbe anche avere senso, ma ricordiamoci che l’italiano è una lingua piuttosto complessa. Ad esempio “dare del lei” a una persona non significa pensare che questa persona sia femmina, è semplicemente un segno di rispetto, esattamente come “dare del voi” non significa parlare a più persone!

Parole quali “amante” o “giornalista” non sottendono un sesso particolare: sono parole valide in entrambe i casi, e in grammatica sono definite come parole di “genere comune”. Un discorso simile si fa per le parole promiscue, ovvero ad esempio “medico”.

Ci sono addirittura parole che, cambiando il genere grammaticale, cambiano di significato: “pene” non è il maschile di “pena”. Alcune parole esistono solo in un genere: “mucca” o “maschio” non diventano “mucco” o “maschia”.

Per finire ci sono le parole che hanno più plurali: “muro” diventa “muri” o “mura”, “braccio” diventa “bracci” o “braccia”...

In conclusione è totalmente superfluo, rispetto al vero utilizzo del linguaggio inclusivo, prendersela con l’ultima lettera dei pronomi: dire tutte (le persone) o tutti (gli individui) non è causa di alcuna discriminazione.

Usare tutt* o tutt@ per rispettare l’identità di genere non risolve il problema, anzi ne crea altri: le persone con disabilità visiva vengono messe in difficoltà cercando di leggere o scrivere questo tipo di linguaggio. Inoltre aldilà delle persone non binary sarebbe bene applicare il genere che ogni soggetto desidera.

Un problema serio invece è la sessualizzazione di cose che non dovrebbero avere un genere: lamette, giocattoli, cibo e prodotti per la cura personale vengono venduti come specifici per un genere quando nei fatti sono semplicemente lo stesso articolo confezionato con colori e prezzi diversi.

In conclusione penso che una buona soluzione sarebbe stata di riportare in auge l’uso del “lei” e del “voi” come semplice forma di rispetto slegata dall’identità sessuale, ma purtroppo spesso la gente non apprezza le cose semplici.

PS. Se qualcuno avesse l’apertura mentale sufficiente per approfondire l’argomento, suggerisco di leggere anche questo articolo: https://medium.com/uxtales/linguaggio...


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