Catena Wireless

Quando ero piccolo avevamo un telefono in casa, e prenderlo prima che smettesse di squillare era un’impresa. Noi l’avevamo in corridoio, appeso al muro accanto all’ingresso, dove mia madre abitualmente collocava il tappetino di benvenuto. Ho visto gente volare su quel tappeto, cercando di afferrare la cornetta, come in un live action di Aladdin.
Usare il telefono era un po’ come andare in bagno: la linea era una sola e si usava a turni. Poi è arrivato il cordless e la similitudine era ancora più calzante: c’era chi bussava alla porta sottolineando l’urgenza di lasciare libera la linea o chi entrava direttamente nella tua chiamata e inizia a fare i suoi comodi senza accorgersi che era già occupato.
Mia nonna spesso portava il cordless in mezzo al campo e iniziavano fruscii e interferenze finché non la sentivamo più: “nonna non c’è più campo!”
“Ma che dici, ci sono proprio in mezzo!”
Però fuori di casa il telefono non lo portavi mai. Non avevi l’ansia di pensare: “oddio, l’ho lasciato a casa, aspetta che torno indietro”. Al massimo se avevi un problema bussavi a qualche porta o entravi in un bar e chiedevi di fare una chiamata. Era tutto così semplice: il telefono faceva il telefono, non te lo portavi in giro, non aveva uno schermo, non ti indicava dove andare e non lo consultavi compulsivamente ogni cinque minuti.
Per le informazioni c’era la televisione. Non so se ai tempi ci fossero fake news, ma in generale tutto ciò che usciva dallo schermo era preso per buono e non c'era un modo pratico e immediato per verificare o controbattere. In ogni caso il tempo passato davanti allo schermo era limitato, anche perché dopo un certo periodo se non ti alzavi dalla poltrona lo facevano direttamente i tuoi peli, caricati elettricamente dagli elettroni sparati dal tubo catodico.
Oggi abbiamo compresso tutta questa tecnologia negli smartphone e, se passa qualche elettrone di troppo, al massimo ti prende fuoco una tasca.
Se fosse solo per una bruciatura sui pantaloni potrei anche accettare questo cambiamento, eppure la realtà sa essere molto più cinica: ci siamo liberati dei cavi telefonici e abbiamo creato una catena wireless che ci ha privato della capacità di comunicare.
Vedere il mondo tramite smartphone è la normalità: si va da chi definisce amici persone che non ha mai incontrato a chi si innamora di un’intelligenza artificiale. C’è chi parla tramite whatsapp mentre l’interlocutore è seduto accanto e chi uccide per un like in più, letteralmente.
Abbiamo creato una TV sottosopra in cui tutti parlano e nessuno ascolta perché il modo migliore per censurare la voce della gente non è obbligarla al silenzio, ma coprirla di rumore. Dei vecchi programmi TV solo una cosa è rimasta: la pubblicità. Prima era un piccolo banner nell’angolo di una pagina web, poi sempre più grande, più grande e ancora più grande fino a ricoprire tutto lo schermo più e più volte. E’ arrivata ovunque: nelle canzoni e nei video. Prima, dopo, durante e dentro, sempre più dentro al punto che siamo noi a farla: guarda il mio prodotto, invidiami e compralo; ti vendo qualsiasi cosa. L’anima? Quella è andata sold-out al primo click.
Intanto chi comanda, grida “salviamo i bambini”, e legifera per stabilire quando puoi guardare un porno. Delibera per trasformare ogni parola in un dossier. Faldone sulla scrivania di un magistrato, pronto a spegnere chi si leva dal coro.
Come se fosse possibile: la fama è la carota che resta un metro davanti a noi mentre trasciniamo il carrozzone swipe dopo swipe.
Sempre più spesso mi trovo a pensare di voler recidere la catena, di volermi chiamare fuori da questo circolo vizioso, ma sono giunto alla conclusione che farlo equivarrebbe ad un tuffo nella solitudine di una vita reale priva di interazioni, un’eutanasia digitale. Ho sempre pensato di non avere paura della morte, ma vivere così sarebbe peggio e anche stavolta resto immobile osservando il baratro di fronte a me.
