Morire piano per non far rumore

Lunedì 16 Marzo 2020

Siamo in quarantena da una decina di giorni e non era mai successo. I drammi della seconda guerra mondiale sono troppo vecchi per essere nei ricordi dei vivi. Per noi è più facile tornare al 1986, quando ci dissero di non uscire di casa che c’erano le radiazioni di Chernobyl. I più giovani invece ricordano il 2001 e le immagini di quegli aerei sulle torri di New York.

Quando la paura di morire è grande, la droga migliore è la religione, che ci promette che andrà tutto bene in cambio della nostra fede.

In ogni caso ognuno di noi combatte prestando attenzione agli spostamenti, all’igiene personale, a cosa tocca e a come respira. E’ una lunga attesa che finirà con con la quarantena, il presunto termine del pericolo. Respireremo a pieni polmoni e ricorderemo chi non ce l’ha fatta. Quanti saranno i morti? Quattromila come in Cina? Ma no, l’Italia è più piccola, eppure siamo già a duemila. Se fossero diecimila sarebbe un disastro. Il doppio? Una strage. 40 mila impensabile. Ancora il doppio? 80 mila?

Ottantamila sono i morti in Italia nel 2019 per l’inquinamento.

La morte non arriva per mano di fanatici che vogliono affermare la superiorità di una razza o una religione. Non è un grossolano errore di progettazione di un reattore nucleare. E’ semplicemente la nostra natura, abituati a saccheggiare più risorse possibili per stare bene, senza rispetto per nessuno: religioni, stranieri, anziani, vicini e nemmeno dei nostri figli.

Lo facciamo ogni giorno e lo accettiamo senza quarantene e senza scenate.

Si muore uno alla volta, senza far rumore, e tutto va bene...


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