La ciliegina senza torta

Giovedì 13 Aprile 2017

La prima volta che portai ombrello e flash trigger in fiera era il lontano 2008. Ricordo le facce stupite di molti fotoamatori che non avevano mai visto quello strano aggeggio e spesso si fermavano a chiedere informazioni spinti da passione ed entusiasmo. A distanza di quasi dieci anni, cercare una frequenza libera per triggerare il proprio flash in fiera è diventato un problema. Ci sono altri strumenti interessanti che ho avuto modo di conoscere nel corso degli anni che invece non sono mai entrati nel mondo del cosplay, o almeno non ho mai visto in giro, come la lente di fresnel per il flash.

E’ cambiato l’equipaggiamento ed è cambiato anche il modo di scattare. La foto che ritraeva allegri cosplayer a braccetto con amici e fans dei loro personaggi è stata rimpiazzata dai selfie e il fotografo si è focalizzato sulle foto in posa più studiate e costruite.

Nell’ultimo anno in fiera c’è chi si porta dietro luci da studio, batterie e fondali, collocandosi dove riesce, proprio come i furgoni per la ristorazione fuori dalle discoteche.

Una così ampio spazio di manovra in fase di scatto non poteva che riproporsi in fase di post-produzione, spingendo il fotoamatore medio verso strumenti professionali come Lightroom, Photoshop o addirittura software di render 3D.

Al centro di questa invasione tecnologica sono rimasti i cosplayers, molti dei quali in questi anni non sono cambiati perchè motivati dalla semplice volontà di ritrovare i propri amici in fiera. Altri sono diventati più esigenti nei confronti della loro controparte fotografica, in cerca di likes e followers che solo un ottimale supporto mediatico può offrire.

Guardando a chi sta dietro l’obiettivo purtroppo non sembra esserci un bel panorama: io non ho ancora capito se tutta questa attrezzatura sia stata comprata semplicemente per competizione alla “io ce l’ho più lungo” o per un eccesso di entusiasmo; sta di fatto che nella maggior parte dei casi, visti i risultati, sarebbe stato più facile per un bambino di cinque anni manovrare un autotreno.

Senza voler puntare il dito contro qualcuno in particolare, io per primo ho fatto “mea culpa” e già da qualche anno parlo di #slowphoto, ovvero “meglio una fatta bene che 100 da buttare”, ma forse è proprio sul “fatta bene” che è sorto un fraintendimento.

La foto fatta bene non è necessariamente quella realizzata con attrezzature da decine di migliaia di euro e non è nemmeno quella fatta al vippone porta likes. La foto fatta bene è quella che dice qualcosa a chi guarda, indipendentemente dalle badilate di photoshop o dal jpg uscito da una compattina.

La foto fatta bene non porta nuovi followers su Patreon, spesso non offre nemmeno più di una manciata di likes. Ma a quel punto spetta al fotografo se scegliere la strada della mercificazione della propria passione o semplicemente quella della ricerca del proprio stile, senza l’inutile competizione del voler arrivare prima ad un traguardo che non non avevamo nemmeno scelto.

Insomma, il fotoamatore nel 2017 è sempre più un oggetto non identificato ricoperto di panna e ciliegine. Varrà la pena assaggiarlo?


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